Mantova, alla Belleli i lavoratori vincono: ritirato il licenziamento illegittimo

Il giudice del lavoro dà ragione all’operaio licenziato ingiustamente

Vi ricordate cosa successe alla Belleli di Mantova? A fine maggio i nuovi proprietari dello storico stabilimento alle porte della città avevano licenziato un operaio la cui unica colpa era essere malato. 
I lavoratori avevano risposto compatti con uno sciopero ad oltranza, il blocco degli straordinari e picchetti davanti agli ingressi della fabbrica; come eQual avevamo fin da subito sostenuto e documentato gli operai partecipando attivamente alla mobilitazione. 
I manager anziché ritornare sui loro passi avevano alzato la tensione con continue provocazioni e ammettendo che il licenziamento era stato inflitto a scopo dimostrativo. Era evidente come la vicenda andasse ben oltre il licenziamento ingiusto di un operaio malato, ma riguardasse il rispetto dei diritti collettivi e i rapporti di forza dentro la fabbrica.

I lavoratori non hanno mollato e supportati dalla FIOM sono ricorsi davanti al giudice del lavoro che ha dato ragione all’operaio colpito ingiustamente costringendo l’azienda a ritirare il licenziamento, a pagare le spese processuali e a versare la retribuzione spettante dal licenziamento al ritorno in fabbrica. 
È stata vinta una battaglia importante ma lo scontro con la proprietà continua. Il gruppo Walter Tosto ha avviato una guerra antisindacale che colpisce i diritti individuali e collettivi. 
È ora di far cambiare atteggiamento a Walter Tosto una volta per tutte: i diritti e la dignità dei lavoratori vanno rispettati. 

Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti!

«Aiutiamoli a casa loro»? Una balla spaziale | di Vittorio Agnoletto *

* Tratto da Pressenza.com/it

“Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come. Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

1. Vendiamo armi 

La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre. Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi. 

2. Distruggiamo l’agricoltura locale 

Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani. La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro. Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra. 

3. Ci impadroniamo delle loro terre 

Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50% sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera. Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa. 
Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione. Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo. 

4. Follia e ignoranza preparano la tragedia 

Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione. Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.
Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio. O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.

Indonesia, disordini e arresti a causa dell'iniziativa coi superstiti del genocidio-comunista del 1965

Manifestazione del PKI 
prima della deposizione del Pres. Sukharno, 
del genocidio e conseguente 
messa al bando dell'organizzazione
Nelle giornate del 16 e 17 settembre avrebbero dovuto avere luogo due manifestazioni organizzate dalla Fondazione indonesiana “Istituto d’Aiuto Giuridico” a Jakharta aventi come tema il genocidio operato da Suharto nel 1965 nei confronti del PKI (Partito Comunista Indonesiano). 
Si parla di genocidio, in tal caso, perché vi fu uno sterminio pianificato e massificato di militanti e dirigenti del PKI: furono uccisi circa 2 milioni di dirigenti, militanti e simpatizzanti comunisti su un totale di 3 milioni di iscritti e 17mila simpatizzanti. Successivamente, l'organizzazione venne messa al bando.

L’istituto, in ogni caso, aveva indetto una manifestazione a cui avrebbero dovuto partecipare due sopravvissuti di quegli anni, tuttavia la polizia ha proibito che si svolgesse l’iniziativa giacché qualsiasi iniziativa di stampo comunista, o di riconoscimento del massacro comunista degli anni ’60 del novecento, è bandita. 
Un'immagine degli scontri tratta dal blog secoursrouge.org
Ieri, la Fondazione “Istituto d’Aiuto Giuridico” d’Indonesia, assieme alla sezione di Jakharta le quali avevano pianificato l’iniziativa, sono scese in piazza per protestare contro il divieto ma circa 200 manifestanti ostili, appartenenti al “Fronte di difensori dell’Islam”, hanno cercato lo scontro fisico con gli accorsi alla dimostrazione tentando l’ingresso nella sede della Fondazione. La polizia, nonostante si sia frapposta tra le due fazioni, non ha impedito alle parti di venire a contatto e ha effettuato diversi arresti.

Si sta, tuttavia, cercando timidamente di far emergere la realtà dei fatti riguardo l'epurazione dei comunisti sia in Indonesia, sia al grande pubblico occidentale: nel 2013, infatti, è uscito un documento-film chiamato The act of Killing - L'atto di uccidere, diretto da Werner Herzog. La pellicola testimonia e ricostruisce «la purga anticomunista avvenuta in Indonesia fra il 1965 e il 1966, raccontati dal punto di vista di due preman (gangster), Anwar Congo e Adi Zulkadry, diretti responsabili dell'uccisione di centinaia di uomini ed oggi rispettabili membri di organizzazioni paramilitari indonesiane.».


Il Partito Comunista Portoghese e la campagna per le "autarquicas" (le elezioni amministrative)

di João Freitas 

Jerónimo de Sousa ha iniziato il 16 settembre, a Vendas Novas, la propria campagna che lo condurrà attraverso nove contee e distretti nei quartieri di Évora e Beja - come anche in Alentejo. 
Nel corso delle prime battute della campagna appena intrapresa, il segretario del PCP Jerónimo de Sousa ha accompagnato João Teresa Ribeiro, candidata della C.D.U. (Coligação Democrática Unitária) al municipio di Vendas Novas. Sousa e Teresa Ribeiro hanno avuto modo di entrare in contatto con la popolazione del posto e chiacchierare con i commercianti locali, così da mantenere saldo il rapporto fra i militanti dei due partiti (PCP - PEV, Partito Comunista Portoghese, Partito Ecologista Verde) con i più vari strati della popolazione. Tra i cento attivisti e sostenitori che guidavano l'entourage, era presente Clarisse Fernandes (candidata al Consiglio Comunale), César Florindo e Júlio Boavista (entrambi candidati ai consigli Vendas Novas e Ladeira). Il motto di questa marcia era “Vendas Novas merita di più e meglio”

Nel programma elettorale che i militanti stanno distribuendo, la CDU propone di sviluppare i servizi di igienizzazione e pulizia delle strade, migliorare la rete stradale e la pianificazione urbana, rinvigorire e sostenere attività sportive, culturali e di svago tanto a sostegno dei più anziani quanto nei confronti di quelli più giovani. Oltre a questo, la promozione del commercio locale e delle industrie, il sostegno all'istruzione e ai pompieri volontari fino all'assistenza per l’acquisto di medicinali. 
Un manifesto elettorale della CDU (Coligação Democrática Unitária - 
Alleanza Democratica Unitaria) per le vie di Lisbona - Novembre 2015 © ph. Marco Piccinelli
La CDU mira a conquistare i comuni perduti 4 anni fa. È stata questa la frase pronunciata da João Teresa Ribeiro, accompagnata dal segretario generale del PCP e dal deputato eletto ad Évora all'Assemblea della Repubblica (João Oliveira). Senza sostenere alcun intervento nel corso della campagna, Jerónimo de Sousa ha dato solo brevi dichiarazioni ai media durante il percorso per le città sopra citate. Incalzato da una stazione radio locale, Jerónimo de Sousa non ha negato la volontà di riconquistare Vendas Novas e riportarla in seno al progetto della CDU. 

D'altro canto, ricorda che la sua presenza, come anche quella del PCP non si esaurisce solo nell’ambito della campagna elettorale, evocando la forte presenza di leader e deputati eletti per la difesa dei diritti e degli interessi della popolazione locale, soprattutto nelle (tardive) proteste tardive per la difesa dei diritti della salute. 

Per quanto riguarda le notizie nazionali, circa la situazione finanziaria del debito portoghese valutata da un'agenzia di rating finanziaria, Jerónimo de Sousa ha dichiarato che la cosa più importante è quella di riconquistare la sovranità del Paese e non il rating millantato dagli speculatori. Nell’appena trascorso fine settimana, il percorso del Segretario Generale del Partito continua nel distretto di Évora, con una riunione a Montemor-o-Novo, una sessione in Androal e una cena a Borba.

Assassinato leader sindacale in Guatemala, è la vittima numero 87 dal novembre 2004


Tomas Francisco Ochoa Salazar, segretario del sindacato della società Brema (SITRABREMEN) è stato ucciso venerdì 1 settembre da alcuni “tiratori” a bordo di una moto. 
Il segretario si trovava assieme ad Andy Noel Godinez, anch’egli membro del sindacato e rimasto ferito. Il SITRABREMEN è una giovane organizzazione sindacale riconosciuta dal Ministero del Lavoro nel febbraio 2017. Secondo l’organizzazione, a seguito del suo riconoscimento è iniziata una campagna di rappresaglia culminata nel divieto di manifestazione e di molestia nei confronti dei leader del SITRABREMEN: l'ex Segretario Generale, infatti, si dimetterà improvvisamente in agosto, poco prima che il sindacato presentasse la propria proposta di contrattazione collettiva presso l’Ispettorato del Lavoro.
In Guatemala gli attivisti sindacali vengono spesso illegalmente licenziati, minacciati e assassinati: dal novembre 2004 sono stati uccisi 87 funzionari e dirigenti sindacali.

Il Partito Comunista in piazza con i sindacati di base il 27 ottobre per lo sciopero generale di tutti i lavoratori

Il 27 ottobre le sigle sindacali di base CUB, SGB, SI-COBAS, USI, SLAI COBAS hanno proclamato lo sciopero generale di tutti i lavoratori per l’intera giornata. Il Partito Comunista sostiene questa scelta e le ragioni dello sciopero; invita i lavoratori ad una massiccia partecipazione all’astensione dal lavoro e alle manifestazioni di piazza; guarda positivamente alla formazione di un fronte unitario sindacale di classe che, a partire dall’unità dei sindacati promotori dello sciopero, sta intercettando l’adesione di lavoratori, rappresentanti sindacali e dei settori più combattivi di altre forze sindacali in rotta con la linea delle proprie dirigenze.
Lo sciopero generale del 27 ottobre rappresenta l’occasione di rilancio e rafforzamento del conflitto di classe nei luoghi di lavoro, proprio nel momento in cui i primi barlumi di ripresa di settori dell’economia italiana, garantiscono un incremento dei profitti per il capitale realizzato tutto sulla pelle dei lavoratori, sull’incremento del loro sfruttamento, sulla cancellazione dei diritti e la diminuzione generalizzata dei salariali, con il ricordo a maggiore precarietà, e con l’aumento dell’età pensionabile. E’ necessaria una forte risposta da parte dei lavoratori, che va di pari passo con il rafforzamento del sindacalismo di classe.

Lo scorso 16 giugno lo sciopero unitario dei trasporti, promosso dalle stesse sigle sindacali, ha dimostrato tutta la forza di una proposta di mobilitazione basata sulla rottura delle politiche compromissorie adottate dalle dirigenze dei sindacati confederali, bloccando il trasporto di merci e persone in tutto il Paese. La prova dell’importanza della mobilitazione dei lavoratori è stata la risposta della classe padronale e dei partiti che ne difendono gli interessi. Finanza, Confindustria, partiti di governo e opposizione hanno tuonato contro l’iniziativa, chiedendo a gran voce provvedimenti che limitassero ulteriormente il diritto di sciopero, scatenando una campagna denigratoria contro i lavoratori, con l’appoggio degli apparati mediatici e la complicità esplicita delle dirigenze dei sindacati confederali. Ciò che il fronte padronale ha temuto è stata la capacità del sindacalismo di classe di rompere il monopolio confederale, ritagliarsi una posizione di primo piano conquistando ampi settori di lavoratori non iscritti che però hanno trovato condivisibili le parola d’ordine di chi non ha chinato la testa.


Il 27 ottobre è anche una risposta a quanti, in un momento di possibile ripresa del conflitto di classe, intendono emanare provvedimenti reazionari con l’intenzione di dare una stretta ulteriore ad un diritto di sciopero, già largamente ridotto in questi anni. I piani più reazionari delle forze politiche borghesi possono essere sconfitti solo con la lotta aperta dei lavoratori: scioperare contro chi vuole ridurre il diritto di sciopero è l’unico modo per mostrare la forza dei lavoratori.

Il Partito Comunista sostiene le giuste rivendicazioni dei promotori dello sciopero del 27 ottobre. In particolare rappresenta un punto centrale la lotta contro le disparità salariali e di diritti tra lavoratori, per differenze di genere, e per porre fine alla competizione tra poveri che avviene nei luoghi di lavoro tra lavoratori italiani e immigrati, foraggiata e sostenuta dal capitale per dividere la classe lavoratrice e ottenere condizioni di maggiore sfruttamento. Il PC sostiene le richieste su abbassamento dell’età pensionabile, incremento di salari e riduzione degli orari di lavoro; ritiene importante legare queste rivendicazioni all’opposizione alle politiche imperialiste, alla lotta per la sanità e l’istruzione pubblica, alla condanna dei processi di privatizzazione in atto, ad una netta presa di posizione sui provvedimenti legislativi e gli accordi, come quello del 10 gennaio, che riducono i margini d’azione e di lotta del sindacato e di tutti i lavoratori.

Non è più tempo di battaglie di retroguardia, o di vani tentativi di concertazione, o illusioni su riforme. La crisi economica, i provvedimenti dei governi che in questi anni hanno cancellato sistematicamente ogni diritto conquistato dalle lotte del movimento operaio nel dopoguerra, dimostrano chiaramente che i lavoratori potranno conquistare definitivamente i loro diritti solo con l’abbattimento del sistema di dominio del capitale, con la conquista del potere diretto nelle mani dei lavoratori, con una società socialista.

Per tutte queste ragioni il PC sarà in piazza, invitando alla più larga mobilitazione nella data del 27 ottobre, e lavorando affinché i lavoratori delle altre organizzazioni sindacali conducano una lotta per l’adesione di tutti i sindacati di base e dei settori, di categoria o singoli posti di lavoro, per estendere e rafforzare la mobilitazione.

Cile, il Frente Amplio si presenta: il progetto economico di Beatriz Sanchez

Quest’oggi è stato presentato il progetto economico del programma della candidata alla Presidenza del Cile del Frente Amplio (1 - vd nota a fine articolo)
Fino ad ora, nessun candidato aveva effettuato una proposta così completa e ancor meno autofinanziandosi. Beatriz Sánchez ha annunciato inoltre la realizzazione di una consultazione popolare nel mese di settembre, in cui saranno precisate le priorità ancora da definire con specifici atti preventivi e concludendo così il processo partecipativo del Programma di Governo del Frente Amplio.
Ad accompagnare la candidata vi erano Claudia Sanhueza, Nicolás Grau, José Luis Ugarte, Daniela Manuschevich y Ramón López: tutti accademici, con dottorati di ricerca ottenuti in diversi atenei del mondo e responsabili di questo settore nel programma del Frente Amplio.
Beatriz Sánchez ha iniziato analizzando le quattro ragioni per cui il Cile non cresce, segnalando che ciò è dovuto al fatto che si è esaurita la strategia di sviluppo economico: esiste un’alta concentrazione di ricchezza e potere, il saccheggio dell’ecosistema e un investimento insufficiente nel capitale umano (pensioni, istruzione e sanità). Di fronte a tutto ciò, ha segnalato la necessità di adottare principi per una nuova politica economica che contemplino la riattivazione economica senza indebitamento fiscale, la redistribuzione degli introiti, uno Stato che sia imprenditore e promuova la sostenibilità ambientale.
Per la sua messa in moto, la candidata ha indicato tre punti cardine:


  1. Piano nazionale d’investimenti (spinta all’innovazione, portfolio delle infrastrutture, investimento sociale per cambiare la vita degli individui) Nuove forme di produzione (decentramento dell’economia, sviluppo ecologico)
  2. Distribuzione degli incarichi e dei profitti dello sviluppo (rapporti lavorativi moderni ed equilibrati, giustizia tributaria). Successivamente, ha enumerato e dettagliato le proposte per ciascuno di questi tre punti contenuti nel documento di 59 pagine, coi grafici corrispondenti. Tra queste proposte, sottolineiamo la riduzione di 1.000 milioni di dollari in spese per la Difesa, provenienti dalla legge riservata al rame; il ripristino della tassa sul guadagno del capitale borsistico; la fine delle esenzioni tributarie ingiustificate; la creazione di una tassazione diversificata dell’IVA; la disintegrazione fiscale per le grandi aziende; royalties minerarie; tasse ai super ricchi del 50% sulle rendite superiorri a 150 milioni di dollari annuali.

Il simbolo del Frente Amplio

Ciò consentirà di triplicare la spesa pubblica per l’innovazione, dando impulso a piccole e medie imprese, nonché allo sviluppo di cooperative; diversificare l’attività imprenditoriale creando progetti in grado di riattivare l’economia e generare occupazione in modo massiccio. E consentirà anche un investimento pianificato per l’istruzione e per la sanità che garantisca l’effettivo esercizio dei diritti; riprendere l’investimento diretto dello Stato in materia di soluzioni abitative, condizioni di vita e sicurezza dei quartieri, nonché affrontare le sfide del cambiamento climatico, che includono acqua potabile, irrigazione e trasporto sostenibile.
Ha sottolineato che l’investimento sociale dovrà assicurare a ogni individuo l’accesso a un insieme di garanzie che gli consentano di avere una qualità della vita consona allo sviluppo del paese, come il caso del finanziamento a persone affidabili.
Un programma che assicuri un impulso allo sviluppo sostenibile, la redistribuzione della ricchezza e la garanzia dei diritti umani, suffragato da fonti di finanziamento chiare, a cui il paese è in condizione di attingere.

(1) Il Frente Amplio è una coalizione a cui hanno dato vita diversi partiti politici per porsi come alternativa al bipartitismo 
cileno. È stata formata, principalmente, da diversi gruppi della sinistra extraparlamentare (e non) come Izquierda libertaria, Igualdad, Revolucion Democratica, dagli ecologisti, dal Partito Umanista fino al piccolo Partito Liberale cileno, rifondato un pugno di anni fa.

Articoli più letti